Il fenomeno dell’emigrazione dalla Georgia all’Italia: la testimonianza di Nina Ilarishvili
Dalla Georgia all’Italia: il viaggio silenzioso di un’emigrazione femminile
Negli ultimi vent’anni l’Italia è diventata una delle principali mete di migrazione mondiale, raggiungendo nel 2017 il quarto posto per popolazione immigrata. Tra i paesi principali che contribuiscono a questo fenomeno, oltre a nazioni già da tanto conosciute per emigrazione come Albania, Marocco e Romania, si distingue anche uno stato non poi così vicino, geograficamente parlando, alla penisola italiana: la Georgia.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la Georgia ha dovuto fare i conti con una lunga fase di instabilità politica ed economica. Disoccupazione, salari bassi e continui conflitti territoriali, hanno spinto numerosi cittadini a cercare all’estero quelle possibilità che il proprio paese faceva fatica a garantire.
D’altro canto, l’Italia a partire dagli anni Novanta andò incontro a quella che molti ricorderanno come “crisi del welfare familiare”; in un contesto dove l’allungamento dell’aspettativa di vita e il rapido invecchiamento della popolazione si incrociavano, il numero delle famiglie che si sono ritrovate a gestire anziani non autosufficienti si alzò raggiungendo dei picchi non indifferenti. In tutto ciò, lo stato non fu in grado di sviluppare un sistema pubblico di servizi adeguato, mentre i posti nelle strutture residenziali erano limitati, costosi e spesso culturalmente rifiutati dalle famiglie, le quali continuavano a preferire le cure domestiche.
In un contesto simile, si creò il giusto compromesso per favorire l’introduzione di una nuova figura, diventata negli anni centrale nel welfare italiano, pur restando ai margini del riconoscimento istituzionale, ovvero quella delle assistenti familiari. Le lavoratrici provenienti dall’Europa orientale e dal Caucaso, incluse le donne georgiane, rispondevano perfettamente a questa domanda: disponibili alla convivenza, disposte a orari lunghi e percepite come affidabili e dedite alla cura.
In questa situazione, molte di loro, nonostante avessero alle spalle vari anni di studi universitari o esperienze professionali qualificate, scelsero comunque di accettare questi impieghi. Per alcune si trattava di una strategia temporanea, per altre di un’effettiva necessità economica: Nonostante retribuzioni spesso basse rispetto agli standard italiani, quei salari rappresentavano una risorsa significativa per sostenere le famiglie rimaste in patria.
Così facendo, l’Italia riuscì a sostenere l’impatto dell’invecchiamento della popolazione senza destinare investimenti massicci in servizi pubblici, ma creando al contrario una dipendenza strutturale dal lavoro migrante. Nel caso della migrazione georgiana, il legame con il lavoro di cura è diventato, nel corso degli anni, così forte da influenzare l’intero profilo della comunità in Italia: un’emigrazione prevalentemente femminile, stabile nel tempo, ma segnata da sacrifici personali e da una mobilità sociale molto limitata.
A contatto con la realtà: la testimonianza di Nina Ilarishvili
Abbiamo avuto il piacere di intervistare una testimone dell’emigrazione dalla Georgia all’Italia, che tra sfide e difficoltà, ha provato sulla propria pelle l’esperienza di abbandonare tutto per partire verso una terra ignota: Nina Ilarishvili.
Per capire meglio l’esperienza di Nina, le abbiamo posto sette domande:
Qual è stato il motivo principale che la ha spinto a partire? Perché l’Italia?
“Ho lasciato la Georgia per le difficoltà economiche in seguito al collasso dell’Unione Sovietica. Prima del crollo, lavoravo nelle scuole musicali di Khidistavi ed Eredvi. A causa delle difficoltà economiche, entrambe le scuole iniziarono a perdere sempre più bambini e studenti (a causa dei pagamenti sospesi). Nonostante ciò, comparando i due, ad Eredvi c’era un numero maggiore di studenti, in quanto era un villaggio abbastanza grande. Tra il 1991 e il 1992 scoppiò la guerra con la Russia, che bombardò il villaggio di Eredvi, distruggendo la scuola e costringendo gran parte dei residenti a spostarsi verso Gori, compresi noi. All’inizio mio marito lavorò in un ufficio edile come ingegnere, ma a causa di alcuni disordini politici, finì per cambiare e lavorare in un bazari. Trovare lavoro, anche dei più semplici, fu una vera impresa e sopravvivere contando sulle spalle di una sola persona, che guadagnava un salario minimo, era davvero difficile. Per questo motivo ho deciso di trasferirmi all’estero.”
“Scelsi l’Italia perché avevo già una parente lì, che lavorava come badante. Questa persona mi consigliò l’Italia, soprattutto per la situazione economica e per i benefici che questo paese poteva offrirmi. Proprio per questi motivi e questi consigli, decisi di intraprendere questa scelta.”
È stato difficile ambientarsi? Se sì, quali sono state le difficoltà maggiori?
“All’inizio le difficoltà maggiori sono state in generale adattarsi e non sapere la lingua. Non sapendo dire nulla se non qualche parola, comunicare con le persone fu una grande sfida. Le strutture del georgiano dell’italiano sono molto diverse fra loro, motivo per il quale fu difficile iniziare da zero, anche per avere una conversazione molto semplice. Nella famiglia con la quale iniziai a lavorare, ebbi alcune difficoltà nell’adattarmi, ma con il passare del tempo ho interpretato il mio lavoro come se mi stessi prendendo cura dei miei stessi genitori.
“In quegli anni mi stavo prendendo cura di una coppia di anziani. Le condizioni lavorative erano abbastanza difficili in quanto, dato che gli anziani spesso di notte non riescono a dormire, di conseguenza anch’io non riuscivo a dormire. Ricordo il 2008 come uno dei periodi più complicati, soprattutto nei giorni in cui la Russia invase la Georgia. Fu molto difficile mantenere la calma quando vidi in televisione come Gori (città in cui vivevano tutti i miei parenti) venire bombardata. Fortunatamente la famiglia della quale mi stavo prendendo cura mi diede una mano per superare quel brutto momento.”
“Oltretutto, ricordo anche di come all’inizio non ero in possesso di alcun documento, per cui vivevo nella costante paura di essere scoperta. Di conseguenza, senza documenti non potevo tornare neanche in Georgia e questa situazione rimase invariata per molto tempo. Dopo vari anni riuscii finalmente ad ottenere i miei documenti e dopo esattamente 5 anni e 5 giorni riuscii a tornare per la prima volta in Georgia. Ovviamente, la lontananza dalla famiglia si faceva sentire, a maggior ragione in un mondo che non era ancora digitale come oggi. Non avendo un computer, l’unico modo che avevo per sentire le mie figlie era a telefono, vedendole solamente in video registrati su vari CD e poi spediti (con il tempo poi scoprimmo Skype, e pian piano le videochiamate con il telefono, che sono entrate nella routine di ogni giorno). In passato avevo un’ora al giorno per contattare la mia famiglia (la famiglia della quale si prendeva cura le comprava delle schede da 5 euro) ma durante la guerra mi regalarono una scheda da 100 euro, così da poter “chiamare ogni minuto”.”
Nella vita di ogni giorno, Nina incontrò altre difficoltà con le differenze culturali, prima fra tutte la presenza di orari prestabiliti per il pranzo e per la cena, cosa alla quale i georgiani non sono molto abituati. Adattarsi ad un fattore che modifica di dato e di fatto la routine giornaliera, le creò inizialmente molte difficoltà.
C’è voluto molto tempo prima di riuscire a trovare un lavoro? L’ambiente lavorativo è stato all’altezza delle aspettative?
“Per trovare lavoro non mi ci è voluto molto, ma quando la persona della quale mi stavo prendendo cura è venuta a mancare, trovai subito altre famiglie grazie alla mia parente. Ho lavorato a Bari per 14 anni, passando 11 anni e 9 mesi con la stessa famiglia. La persona più importante per me è stata questa signora, per la quale ho lavorato appunto quasi 12 anni; Era una persona buonissima e ho fatto il possibile per farle festeggiare il suo 100simo compleanno, ma sfortunatamente venne a a mancare un solo mese prima. Fu difficile separarmi da lei, era una persona alla quale volevo tanto bene, e che aveva bisogno di tanto aiuto.”
“Sul piano emotivo non fu così difficile rimanere in Italia. Su certi aspetti, italiani e georgiani hanno tanto in comune: sempre pieni di energie, parlano tanto e spesso ad alta voce.”
“Nonostante tutto, l’Italia me la immaginavo diversa, ma sono riuscita ad adattarmi tutto sommato senza troppi problemi, anche se all’inizio fu difficile per la costante paura verso tutto. Quando sei lontana dal tuo paese, lontana da figli e nipoti, senza saper parlare la lingua del posto in cui ti trovi… è davvero faticoso. Avevo il timore di non riuscire ad ambientarmi come si deve, ma fortunatamente sono riuscita a cavarmela, un po’ grazie al mio carattere, un po’ grazie al calore delle famiglie con cui ho lavorato a Bari.”
Imparare la lingua è stato più semplice o più complicato di quanto credeva prima di partire?
“Inizialmente fu complicato, perché lavoravo con persone anziane, spesso affette da Alzheimer o altri problemi mentali causati dall’età, mentre altre persone si rifiutavano proprio di parlare. In più, tantissimi anziani parlavano in dialetto, rendendo il processo di apprendimento ancor più complicato del previsto… infatti ho imparato un italiano “imperfetto”. Oggi ci sono varie scuole ‘Georgiano-Italiano’, ma in quegli anni in cui sono arrivata non ce n’era neanche una. Oltretutto, rimanendo sveglia tutta la notte per prendermi cura degli anziani, dopo il lavoro non avevo proprio energie per studiare bene la lingua.”
Potessi tornare indietro nel tempo, rifaresti lo stesso percorso o sceglieresti di fare altro?
“Se la situazione economica fosse la stessa, sceglierei sempre lo stesso percorso, per quanto complicato esso sia. Ad ogni modo però, non consiglierei alle mie figlie di andare in Italia per fare le badanti.”
In quali ambiti l’Italia rispecchia la Georgia? E viceversa?
“L’Italia è simile alla Georgia nell’espressività e nel mostrare le emozioni. Se ci si ama, è difficile separarsi. Soprattutto se vedono che sei fedele alla famiglia, ti accettano come se fossi uno di loro. Sono calorosi ed emotivi per tutto proprio come noi, accoglienti, loquaci e quando parlano, lo fanno sempre a voce alta.”
In un futuro prossimo, potresti mai tornare a vivere in Georgia?
“Sì, è passato tanto tempo da quando ho lasciato la mia patria e giustamente non ho gli stessi anni di quando sono partita, ma nonostante la Georgia sia la mia patria, sarebbe comunque difficile lasciare l’Italia, che è diventata per me come una seconda casa…”
Ci ha lasciato intendere che, nonostante il grande amore per l’Italia, molto probabilmente tornerà in Georgia, anche se sarà un po’ difficile all’inizio riabituarsi alla sua stessa patria.
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