Budrugana Gagra - Le ombre teatrali a Tbilisi

By Luca Pasquali

Questo articolo è stato scritto originariamente in italiano e tradotto in georgiano e inglese.

Nel momento in cui la luce si accende sul fondale bianco e la sala piomba nel silenzio, accade qualcosa di completamente inconscio, che la scienza chiama pareidolia: quella tendenza dalle origini ataviche del cervello umano a trovare forme note in sagome ambigue, come quando si vede un volto in una semplice corteccia d’albero o un animale in una nuvola. Sul palco del teatro Budrugana Gagra di Tbilisi, però, quella stessa tendenza diventa arte: una mano si solleva nell’oscurità, e lo spettatore giura di vedere un orso.

Non ci sono burattini, non ci sono figure ritagliate nel cartone o nel cuoio, non ci sono proiettori sofisticati. Ci sono solo delle normali mani, composte dalle consuete dieci dita e dai soliti due palmi, più un fascio di luce. È con questo che, da quarant’anni, la compagnia georgiana Budrugana Gagra organizza spettacoli che hanno girato il mondo.

Ombre

Tutto comincia nel 1982 con Gela Kandelaki, regista e fondatore del gruppo. La sua preoccupazione, in quegli anni di tarda epoca sovietica, è semplice ma concreta: i bambini della capitale georgiana hanno accesso al teatro, al cinema e alla cultura; quelli delle regioni montane e periferiche, al contrario, vedono questa possibilità negata. Vuole fare qualcosa per loro, e mette insieme un gruppo alquanto eterogeneo, composto da un dentista, una psicologa e una giornalista accomunati dalla stessa idea: portare uno spettacolo, un momento intrinsecamente culturale là dove non arriva niente e nessuno. Infatti il nome che sceglie, Budrugana, viene dal dizionario seicentesco di Sulkhan-Saba Orbeliani e significa carrozza cigolante, qualcosa che si muove, che fa rumore, ma che alla fine arriva a destinazione. L’idea originaria era quella di un teatro di burattini, ma i burattini costavano, e all’epoca i fondi non c’erano. Kandelaki deve ripensare alla propria infanzia, ai giochi di ombre che la nonna gli insegnava proiettando le mani sulla parete ed è lì che trova la soluzione, o meglio, quella che all’inizio considerava una soluzione provvisoria. «Una volta avviato il percorso», racconta la compagnia, «ci si rese conto che era qualcosa di molto superiore, e il desiderio di fare un teatro di burattini svanì del tutto».

"Come si è scoperto, il nostro è l'unico teatro al mondo che si avvale esclusivamente delle mani." - Zura Kvachakhia, attore e direttore esecutivo

La scelta delle sole mani porta Budrugana Gagra in una posizione singolare nella storia universale del teatro delle ombre. Una tradizione, quest’ultima, che ha radici antichissime in Asia e nel Medio Oriente.

Il teatro delle ombre nasce in Cina intorno al II secolo a.C. e si diffonde nel mondo arabo, nell'Impero ottomano (dove prende il nome di Karagöz) e nell'Asia sudorientale (il Wayang Kulit indonesiano). In tutte queste tradizioni, le figure sono sagome ritagliate in cuoio o cartone animate da un burattinaio. Budrugana Gagra è l'unico teatro documentato che utilizzi invece esclusivamente le mani umane.

Per i primi anni, la compagnia lavora nell’ombra in senso letterale, con piccole prove, un pubblico ristretto e nessuna sede ufficiale. Difatti il mondo esterno lo scopre quasi per caso. Accade che una conoscente porta degli ospiti stranieri, qualcuno del mondo dell’arte assiste a una prova e rimane senza parole. Così, nel 1991, Budrugana Gagra viene invitata al Festival della Marionetta di Parigi: è la prima volta che si esibisce davanti a un pubblico internazionale, e il successo è immediato. La data, scelta dal destino, ha un valore simbolico che non sfuggirà ai georgiani: il 26 maggio 1991, mentre la compagnia è a Parigi, la Georgia tiene le sue prime elezioni presidenziali post-sovietiche. A tal modo, un teatro nato per i bambini delle province si ritrova a rappresentare il proprio paese nel momento in cui proprio quel paese rinasce. «Il riconoscimento internazionale è giunto prima di quello interno», dice Kvachakhia. Fu solo anni dopo, che un ministro della Cultura georgiano sentì per caso dello spettacolo durante una visita in Lituania, e ne rimase colpito, così tanto da trasmettere la performance in televisione: solo in quel momento la Georgia riscoprì quello che aveva in casa.

Ombre

La guerra in Abkhazia non tardò ad arrivare e, appena pochi anni dopo le prime elezioni presidenziali libere del paese, decine di migliaia di cittadini diventano sfollati in Georgia. A tal punto Gela Kandelaki decide di dare prova della sua umanità e del suo senso di altruismo: fonda una seconda compagnia dopo lo scioglimento della prima, composta in gran parte da giovani profughi abkhazi, e li forma alla regia, alla drammaturgia, alle varie tecniche del teatro delle ombre. Tenta, in questo modo, di dare qualcosa a chi ha perso tutto. Da quel momento il nome cambia: viene aggiunta la parola Gagra, che designa una delle città più belle dell’Abkhazia, la quale diventa un omaggio alle origini dei nuovi membri, ma anche una dichiarazione di identità. Tutt’ora quattro dei cinque membri stabili della compagnia sono profughi abkhazi.

"Prima di diventare teatro stabile, abbiamo lavorato dodici anni senza percepire alcuno stipendio: amavamo quello che facevamo e non riuscivamo ad abbandonarlo" - Zura Kvachakhia

Ketevan Chitadze è musicologa, insegna al Conservatorio e all’Università statale Ilia di Tbilisi, nonché membro del gruppo. È entrata in esso quasi per caso: vide uno spettacolo grazie al Conservatorio e rimase colpita dalla capacità espressiva. Oggi è diventata uno dei membri più attivi, ma quando parla del processo creativo, usa un vocabolario che appartiene più alla composizione musicale che alla regia teatrale. Il training quotidiano del gruppo riflette questa stessa impostazione: gli esercizi per le mani non seguono una tecnica codificata come potrebbe avvenire in un corso di danza o di circo: la seconda e la terza compagnia si allenavano seguendo composizioni jazz, lasciando che le mani inseguissero il ritmo in modo libero ma disciplinato. Perché la musica, in Budrugana Gagra, è una struttura portante. «A volte è l’ombra a evocare la musica», dice Chitadze, «a volte è la musica a dare vita all’ombra. L’influenza è reciproca». Il repertorio è ambizioso: Vivaldi, Bach, jazz. Sulla Passione secondo Matteo di Bach hanno lavorato tre anni, dalla prima analisi della partitura alla rappresentazione del 2019.

"La mano pensa e ha una propria memoria. Può accadere che la mente non ricordi qualcosa, ma la mano sì." - Ketevan Chitadze

L’idea che la mano abbia una propria memoria è quello che i neuroscienziati chiamano memoria procedurale, la capacità del corpo di eseguire sequenze complesse senza la mediazione del pensiero cosciente. È la stessa condizione che descrivono i musicisti virtuosi, i danzatori, i calligrafi. Zura Kvachakhia, che ha mani grandi e all’inizio dubitava di poter fare qualcosa con loro, oggi testimonia che: «Non importa la forma della mano. L’unica cosa che conta è l’amore per le ombre e che senza di esse non si può vivere in questo mondo».

Ombre

Sul palco di Budrugana Gagra non esistono colori. C’è il buio totale del fondale, e la luce che lo attraversa proiettando sul telo bianco il negativo del gesto. Un contrasto all’apparenza semplice, ma che sposa l’idea che la riduzione cromatica all’essenziale abbia come effetto un guadagno di intensità per un’arte finalmente pura e libera, dove in questo caso si intensifica la dimensione della forma e del movimento.

La qualità della luce assieme alla sua durezza, alla distanza dalla mano e all’angolo determinano il carattere dell’ombra. Un piccolo spostamento può trasformare una figura nitida in una sfumata, un contorno fermo in qualcosa di inquieto. «La luce è fondamentale, anzi, si potrebbe dire che sia il primo elemento», spiega Chitadze. Il lighting designer, in questo teatro, è considerato un co-autore, anche perché durante le performance non è possibile usare la voce. «Tutta l’energia va nelle mani», spiegano i performer. Emettere anche solo un suono spezza la concentrazione, interrompe il flusso che tiene insieme gesto, ritmo e ombra. È qui che torna il tema della pareidolia: l’ombra leggermente imprecisa, vibrante ai bordi, instabile, è proprio quella che funziona meglio. Il cervello dello spettatore lavora per completarla, per darle un senso. Lo spettacolo, per funzionare, deve avvenire per metà sul palco e per metà nella mente di chi guarda, richiedendo un ulteriore, ma alla fine appagante, livello di sospensione dell’incredulità.

"Per i bambini è una fiaba, per gli adulti è filosofia. E’ accessibile a tutti, rimane sempre attuale." - Ketevan Chitadze

Lo spettacolo più celebre del gruppo è “Le Quattro Stagioni”, che ha richiesto sette anni di lavoro. È stato presentato insieme all’interpretazione del mandolinista Avi Avitali, che esegue Vivaldi con la Venice Baroque Orchestra sostituendo il violino con il mandolino. In parallelo, la compagnia sta lavorando da anni su Sulkhan-Saba Orbeliani, autore di quel dizionario da cui viene il nome Budrugana. Ma lo spettacolo non è ancora finito.

"In Indonesia, le stesse opere vengono tramandate di generazione in generazione. Ciò che creiamo oggi potrà certamente essere portato in scena dalle compagnie future." - Zura Kvachakhia

E quei performer futuri, forse, stanno già lavorando. Lo studio che Kandelaki ha costruito attorno alla compagnia accoglie bambini e ragazzi in un percorso formativo di quasi due anni, dove si impara facendo, accanto a chi già sa. «Speriamo che, quando verrà il momento, possano prendere il nostro posto», dice il gruppo.

Il gruppo usa il piccolo palco del Teatro Rustaveli di Tbilisi. Lì hanno cinque membri stabili, altri impegni lavorativi per sopravvivere, e uno studio dove si fa di tutto: a partire dagli spettacoli, per poi passare alle animazioni, per finire ai documentari. Gela Kandelaki ha costruito uno spazio in cui ognuno può fare tutto, riprendendo la stessa logica artigianale e collettiva che teneva insieme il primo gruppo di un dentista, una psicologa e una giornalista.

Ombre

Alla fine dell’intervista, Kvachakhia sorride quando gli viene chiesto se, avendo ora un budget adeguato, trasformerebbe il teatro in quello di burattini che era nelle intenzioni originali. «No», risponde. «Mr. Gela dice che quando non aveva soldi per i burattini, si ricordò di sua nonna. Iniziò con le ombre, e si accorse che erano molto meglio. Non ha più avuto voglia di fare altro da allora». La carrozza cigolante è partita da lì, da quella mancanza di fondi, da quell’affettuosa nonna, da quelle consunte ma rassicuranti mani. E ancora non si è fermata.